Datacomics 1996
Agenda del Fumetto Italiano

ALESSANDRO BAGGI, afferrato per una caviglia e intervistato a mezzo posta. Spedita la prima domanda, aspettiamo la risposta e così via...

Perché disegni fumetti?
Perché cerco qualcosa

Cosa?
Non so esattamente.

E allora disegni.
Già. E scrivo.

Quale delle due attività t'interessa di più?
Scrivere. Ciò che cerco ha qualcosa a che vedere con le parole.

Hai cominciato prima scrivendo o disegnando?
Disegnando. Disegno personaggi di fumetti da quando avevo sei anni.

Per questo ora t'interessa di più scrivere?
No! E' solo che tutto non può essere disegnato , ma scritto si! La parola é ciò che più si avvicina all'inesprimibile.

Beh, c'é anche il pensiero se é per questo...
Certo. Infatti moltissimi fumetti miei mi sono limitato a pensarli.

Perché ti interessa tanto l'inesprimibile?
Che esprimere d'altro?

In due parole, alcuni dei tuoi temi tipici.
Gli insetti; la chirurgia; le cose di plastica; le cose che non voglioni dire niente; la gente che non sa più chi é; il tempo che passa; i mostri; l'insonnia e l'ingenuità vissuta come un dovere.

E non c'é violenza nei tuoi fumetti?
Naturalmente. Nei fumetti, come nella vita, purtroppo é la cosa più spettacolare che ci sia. Molto più del sesso, checché se ne dica.

Altri rapporti tra il fumetto e la tua vita?
Me ne vengono in mente solo di formali. Il fumetto é la mia vita. L'anno scorso mi sentivo morire lentamente, e infatti di fumetti non ne facevo più.

E ora? Va meglio?
Si.

Cosa é cambiato?
Io.

Sei felice adesso?
Si. E di colpo mi é tornata la "voglia di fare cose difficili".

Chi no né felice dunque non può farle, secondo te?
Chi non é felice deve farle; la felicità si conquista a caro prezzo. E anche la tecnica.

Ti definisci un autore "tecnico"?
Si. E ho un rispetto incondizionato per i "bravi", per i virtuosi, in qualunque settore artistico essi operino. La tecnica, persino quando é sterile, delirante, sfrenata, non mi annoia mai.

E allora cosa ti annoia sempre?
Tutto ciò che é ingenuo in modo inconsapevole; il popolare, il na•ves.

Consideri l'ingenuità una componente stilistica che si puo usare anche consapevolmente?
Sì. I veri artisti, come Chagall, ci riescono; lui riusciva ad essere tecnico negando la tecnica.

Credi anche nelle scuole, dunque?
Solo in quella che ho fatto io, le altre non le conosco.

E che scuola è?
La Scuola del Fumetto di Milano, che ho frequentato dodici anni fa. Dal 1992 ci lavoro come insegnante.

E ti piace insegnare?
Mi piace imparare. Insegnando si imparano tante cose.

Cosa consiglieresti ad un giovane disegnatore che volesse pubblicare?
Di tentare la fortuna. Da quel che vedo in giro di questi tempi, a pubblicare non ci vuole molto.

Come si diventa professionisti?
Seguendo le mode, o lanciandole.

Tu come hai fatto?
Ho seguito mode fuori moda, e nessuno se n'è accorto.

Quali autori hanno influenzato il tuo stile?
Virgil Finiay, Norman Rockwell, Gene Colan, Harold Foster, Frank Frazzetta, Winsor McCoy, Egon Schiele, Alberto Giacometti, John Buscema, Gustav Klimt, Breccia, Toppi e Neal Adams.

Adesso chi apprezzi?
Ancora loro, temo.

E Sienkiewicz, Bisley, Kent Williams?
Penso che siano ottimi allievi. I maestri, però, sono un'altra cosa.

Qual'è il tuo rapporto con il mercato estero?
Valigie che all'improvviso diventano pescicani.

Non è molto chiaro!
Nemmeno il mercato estero.

Cosa vedi al posto della classica rivista mensile?
Niente. io adoro la classica rivista mensile.

Ora su che cosa stai lavorando?
Voglio scrivere qualcosa di assolutamente semplice, lineare, indistruttibile. Che abbia per protagonisti bambini, o forse solo degli scarabocchi. Una storia innocente, insomma.
E bella!

Di quale innocenza parlerà?
Della sola che di tanto in tanto ritrovo: la mia.

Chi scrive storie belle non è mai innocente.
Ma è felice.